PRIMA BIO: la terra e le persone prima di tutto.

Immaginate la zona del Gargano, “lo sperone d’Italia”, nel Nord della Puglia. Qui, a 8 chilometri da Rignano Garganico, si alza un piccolo promontorio che ha davanti a sé una distesa pianeggiante di campi quadrettati, dove la terra cambia colore col passare delle stagioni e dove in estate esplode il giallo del grano che fa brillare ogni cosa. In questo paesaggio da cartolina, che arriva fino agli appennini e al Golfo di Manfredonia, l’azienda agricola Prima Bio coltiva la terra con passione da generazioni, mettendo cuore e anima per il proprio territorio e lottando con fermezza per i diritti dei lavoratori. 

Ufficialmente cooperativa agricola biologica dal ‘98, Prima Bio ha l’agricoltura nel sangue, come dice con orgoglio Maria Luisa Terrenzio, figlia del fondatore dell’azienda. Il nonno e la nonna, entrambi abruzzesi, si conobbero nel foggiano, lui agricoltore e lei proveniente da una famigli di allevatori della transumanza. L’amore comune per la terra li convinse a stabilirsi vicino a Rignano Garganico, ad acquistare diversi ettari nella zona ad avviare un’attività agricola destinata a crescere con il subentro dei figli e a diventare successivamente una cooperativa con la svolta pionieristica del biologico. Abbiamo chiesto a Maria Luisa di raccontarci di più sulla realtà che, prima di tutto, è la sua casa e la sua famiglia.

Raccontaci un po’ com’è evoluta la cooperativa negli anni, fino ad oggi.

La svolta è arrivata a fine anni Novanta. In quegli anni nessuno conosceva il biologico, perciò per noi era importante cercare uno sbocco di mercato. Abbiamo iniziato con i pomodori, poi spinaci e cavolfiori, infine col broccolo, che è diventato il nostro core business. Nel 2015, per diversificare la produzione e contrastare la crisi del settore, si è deciso di provare a fare una linea biologica di sughi al pomodoro, oltre al prodotto fresco. Questo prodotto si è conquistato piccole nicchie di mercato, ma sta avendo molto successo. Quando poi sono arrivata io, nel 2017, ci siamo messi all’opera per sviluppare il brand e il marketing, abbiamo creato una rete di contatti importanti, come Altromercato, e accresciuto la nostra brand identity. Ed eccoci qua, con molti altri progetti in vista.

Oltre al broccolo, vi dedicate molto anche al pomodoro, specialmente ora con le conserve. Com’è la vostra filiera del pomodoro? È controllata da voi al 100%?

Assolutamente sì, dalla piantina al trapianto in campo, dalla raccolta alla trasformazione. Abbiamo 300 ettari a conduzione, di cui una trentina – praticamente i nostri terreni migliori – sono riservati al pomodoro. A questi ettari se ne aggiungono altri sui quali mio padre ha voluto costruire una serra dove è possibile creare la piantina di pomodoro adatta alle proprie esigenze e farla crescere come si desidera, seguendola passo dopo passo. Diversi clienti della zona confluiscono in questa serra e ciò crea contatti sociali e professionali interessanti. La piantina viene poi trasferita al campo e si decide dove posizionarla, quanto concime e quanta acqua darle. Dopo 80/90 giorni il pomodoro può essere raccolto e trasformato. È tutto controllato, siamo sempre noi che passiamo dalla serra al campo. Anche io almeno tre volte al giorno vado a vedere la raccolta del pomodoro e le altre piante. Mi occupo di marketing, ma questo non significa che devo essere per forza una figura precisa. Siamo tutti trasversali qui.

Che cosa significa per voi coltivare biologico?

Per noi il biologico è la base. O è bio, o non si fa niente. Penso che a fine anni Novanta mio padre abbia puntato sul biologico non tanto per una scelta di mercato, all’epoca era davvero una nicchia. L’avrà fatto perché credeva che fosse un’evoluzione naturale andare nella direzione di un mondo senza sostanze chimiche e pesticidi. L’ha fatto per amore della terra, del cibo che andava a portare sulle tavole delle persone. Voleva dare al consumatore qualcosa in cui lui stesso, in primis, credeva. Certamente c’è stato il supporto degli incentivi che sono arrivati dalla comunità europea perché la cooperativa era molto piccola. La fortuna comunque è stata avere un padre visionario, che ci ha sempre insegnato ad avere un sogno, una progettualità, una visione. A noi piace quello che facciamo, ma dobbiamo sempre avere anche occhio di riguardo per le tematiche che possono essere collaterali e diverse da quello che è il core business. L’agricoltura non è solo coltivare la terra.

A tal proposito, nella vostra attività la sostenibilità ambientale si fonde con quella sociale e con la tutela dei diritti dei lavoratori per contrastare il caporalato. Cosa ci puoi dire in merito?

Quando sono entrata in questo mondo, ero convinta che ogni persona fosse regolarizzata. Per me, e anche per Prima Bio, era impensabile non regolarizzare i lavoratori. Eppure, col tempo ho scoperto che per altre aziende non era così scontato e la realtà era ben diversa dalla nostra. Siamo partiti con il tema della sostenibilità sociale tempo fa, quando abbiamo accolto in cooperativa ragazzi meno fortunati, autistici o con disagi psicologici, e li abbiamo messi a lavorare nel vivaio e nella serra. Avevamo già capito allora l’importanza di questi progetti sociali. La chiave di volta c’è stata quando abbiamo aderito, per esempio, alla vostra iniziativa Tomato Revolution. Con voi abbiamo iniziato nel 2017 e abbiamo subito sposato i valori della filiera etica che proponete, affini ai nostri principi della legalità e della trasparenza. Siamo sempre stati allineati sul profilo fortemente sociale e far parte della vostra “rivoluzione” del pomodoro ci permette di trasmettere ancora di più il nostro impegno per i diritti umani a 360 gradi e per la lotta allo sfruttamento del lavoro in agricoltura. Noi facevamo tutto questo anche prima, ma volevamo farlo capire di più al consumatore finale. Con il progetto NoCap, poi, abbiamo dato lavoro a 40 ragazzi migranti.

Che impatto ha avuto su questi ragazzi ricevere una simile opportunità?

Loro non sanno quali sono i loro diritti come lavoratori. Si stupiscono se ricevono l’attrezzatura e l’abbigliamento da lavoro, se si dice loro che la possono e la devono usare. E ti si strappa il cuore a vedere loro che faticano e che tu gli devi spiegare tutto, anche le cose basilari che per noi sono scontate e per loro invece no. Vedere questi ragazzi venticinquenni contenti come bambini per queste piccole cose, perché non hanno mai visto una situazione del genere, ti fa riflettere. Ti chiedi chissà come vivono, da dove vengono, cos’hanno patito nella loro vita.

Che cosa ne pensi dello stato attuale della filiera del pomodoro in Italia?

Noi agricoltori non siamo i cattivi. Siamo una parte della filiera, non la filiera. Non è che lavoratori e imprenditori agricoli stiano l’uno contro l’altro, loro sono in sinergia. Il problema è la domanda di mercato. Stanno crescendo i discount, con prezzi a ribasso, e il prezzo di mercato sta diventando per noi insostenibile. In più in alcuni stati il potere di acquisto è basso e, se il reddito non è al massimo, i consumatori cercano il risparmio ovunque possono. Le conseguenze di tutto questo si riversano sui lavoratori, perché l’agricoltore ha i suoi costi, deve pagare strumenti e personale. Ma come fa se il prezzo di mercato è insostenibile? Sfrutta gli operai solo per risparmiare? Questo ragionamento non l’abbiamo mai fatto, ma altri forse sì. Un progetto come il nostro è importante, ma mancano i risultati a livello nazionale. Lo stato, la Grande Distribuzione e il consumatore devono mettere noi agricoltori in condizione di lavorare bene. C’è bisogno di un sindacato forte, un centro di collocamento sul territorio, remunerazione giuste. È giusto fare quello facciamo, ma se è al giusto prezzo. I caporali veri non siamo noi agricoltori, i caporali veri sono altri: sono quelli che impongono prezzi di mercato sotto i prezzi possibili.